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Estratto da “Ritratto di signora”

“…Già da lungo tempo aveva preso Roma antica come sua a sua confidente, poiché in un mondo di rovine la rovina della sua felicità sembrava meno innaturale.

Riposava la sua stanchezza su cose che si andavano sbriciolando da secoli e che pure erano ancora in piedi; calava la sua tristezza segreta nel silenzio di luoghi solitari, dove il carattere contemporaneo di essa si distaccava e si faceva oggettivo , sì che, mentre se ne stava o seduta un giorno d’inverno in un angolo di tiepido sole, o ritta nell’odor di muffa di una chiesa dove non entrava nessuno, quasi ce la faceva a sorriderne e a rendersi conto di quanto piccola fosse.

E piccola era davvero , tra le immense memorie di Roma; e il senso tormentoso che ella aveva della continuità delle umane sorti la faceva agevolmente risalire dalle piccole cose alle più vaste.

Era giunta a un’intesa profonda, tenera con Roma; la città si fondeva alla sua passione e la moderava.

Ma più che altro si era abituata a pensare ad essa come a un luogo dove la gente aveva sofferto.

Era questo che le sovveniva nelle chiese sparute, dove le colonne di marmo, trasportate dalle rovine pagane, sembravano offrirlesi come compagne di pazienza, e il rancido incenso come un compendio di preghiere da lungo tempo inesaudite…”

Categorie:Libri
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