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Keyword: ‘preda rossa’

Decima “tappa” (bis) Cedrasco – Preda Rossa

08/08/2019 11 commenti

Due anni or sono una poco amichevole frana mi bloccò il passaggiohttps://lelevolution.wordpress.com/?s=preda+rossa )

L’anno scorso mi bloccò la forma fisica 😅

Quest’anno, nonostante la forma fisica sempre un po’ latitante, 😅 ho finalmente concluso la tappa 😊

chi la dura la vince 😁

 

p.s. I dati gps son un filo erronei, in discesa il gps è andato a spasso 😅 i km reali son circa 66 

p.s 2 le foto già scattate in precedenza non le ho ripetute, tranne la fonta Farfalla, è troppo bella  😁 anche se a secco stavolta 😢

 

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Video

 

Video con drone (dal tubo)

Decima “tappa” Cedrasco – Preda Rossa (in teoria)

07/08/2017 2 commenti

In pratica 

Il fato come ormai sua consuetudine si  e messo in mezzo sul più bello

In nottata con il favore delle tenebre ha convinto una frana ad invadere la strada bloccando cosi l’accesso alla piana 

uff

 

 

 

 

 

 

Le notti bianche (la storia di Nasten’ka)

"Voi conoscete
già la mia vita per metà, cioè sapete che vivo
con una vecchia nonna…".

"Se l’altra metà
è altrettanto breve quanto questa…", l’interruppi con
una risata.

"Tacete e
ascoltate. Prima di tutto facciamo un patto: non mi interrompete,
altrimenti perderò il filo. Ascoltatemi dunque con calma.

"Vivo con una
vecchia nonna. Arrivai da lei molto piccola, dopo la morte di mia
madre e di mio padre. Bisogna pensare che la nonna una volta doveva
essere stata più agiata, perché anche ora ricorda
giorni migliori. Mi insegnò il francese e in seguito prese un
insegnante per me. Quando compii quindici anni (ora ne ho
diciassette) smisi di studiare. Ecco, in quel periodo feci qualche
birichinata, che non vi starò a raccontare, vi basti sapere
che si trattava di una cosa insignificante. La mattina invece la
nonna mi chiamò e mi disse che, vista la sua cecità,
non era più in grado di sorvegliarmi; prese uno spillo e
attaccò il mio vestito al suo e mi rivelò che saremmo
rimaste così per tutta la vita, nel caso io non fossi
diventata migliore. In una parola, nei primi tempi non potei
allontanarmi in nessun modo: lavoravo, leggevo, studiavo, ma sempre
attaccata alla nonna. Una volta tentai un’astuzia e convinsi Fëkla
a sedersi al mio posto. Fëkla è la nostra domestica ed è
sorda. Lei si sedette al mio posto; la nonna a quell’ora si era
addormentata nella poltrona e io andai a fare una visita ad un’amica,
non lontano. Ma tutto finì male: la nonna si svegliò
durante la mia assenza e chiese qualcosa, pensando che io fossi
seduta tranquilla al solito posto. Fëkla si rendeva conto che la
nonna le chiedeva qualcosa, ma non riusciva a capire che cosa le
dicesse, rifletté sul da farsi, poi staccò lo spillo e
si allontanò di corsa…".

Qui Nasten’ka si
fermò, scoppiando in una risata. Anch’io risi insieme a lei.
Allora lei smise subito di ridere.

"Sentite, non
ridete della nonna. Io rido perché tutto è così
buffo… Che fare se la nonna è proprio così, e solo io
le voglio un po’ di bene? Allora la nonna se la prese con me: dovetti
subito sedermi al mio posto e, addio, non potei più muovermi.
Ho dimenticato di raccontarvi che noi, cioè la nonna, ha una
casetta, una piccola casa, in tutto tre finestre, interamente di
legno e vecchia come la nonna; in alto c’è un mezzanino;
capitò che da noi si trasferisse un nuovo inquilino…".

"A quanto sembra
vi era vissuto anche un vecchio inquilino?", osservai di
sfuggita.

"Oh, certamente,
c’era stato anche lui", rispose Nasten’ka, "e sapeva tacere
meglio di voi. A dire il vero, la lingua la muoveva appena. Era un
vecchio rinsecchito, muto, cieco e zoppo, tanto che alla fine non
poté più vivere in questo mondo e morì. Avevamo
proprio bisogno di un nuovo inquilino, altrimenti non ce l’avremmo
fatta a vivere: l’affitto e la pensione della nonna sono quasi tutte
le nostre entrate. Il nuovo inquilino, manco a farlo apposta, era un
giovane, un forestiero. Dal momento che non aveva mercanteggiato, la
nonna gli lasciò la stanza e poi mi domandò:

‘Nasten’ka, dimmi, il
nuovo inquilino è giovane o no?’. Non volevo mentire e
risposi: ‘Così, così, nonna, non proprio giovane, ma
nemmeno vecchio’. ‘Ed è di bell’aspetto?’, mi domandò
la nonna.

"Non volli
mentire di nuovo. ‘Sì, ha un aspetto piacevole, nonna’.

E la nonna commentò:
‘Oh, che castigo! Che castigo! Nipote mia, io te lo dico, cerca di
non guardarlo troppo. Che tempi! Vedete un po’, un inquilino di poca
conto e ha addirittura un aspetto piacevole: cose del genere non
capitavano una volta!’.

"La nonna
rimugina sempre sui tempi andati. Allora lei era più giovane e
il sole era più tiepido, e la panna non si inacidiva tanto
presto: tutto questo nei tempi che furono! Ecco che sto seduta in
silenzio, mentre penso tra me: ‘Perché la nonna mi mette certe
cose in testa e perché mi chiede se l’inquilino è bello
e giovane?’. Ci pensai solo un attimo, di sfuggita, poi mi misi
nuovamente a contare le maglie, a fare la calza, infine dimenticai
tutto.

"Ecco che una
mattina l’inquilino viene da noi per precisare che la stanza gli è
stata promessa tappezzata. Una parola tira l’altra; la nonna poi è
chiacchierona, e mi dice: ‘Nasten’ka, va’ a prendermi il
pallottoliere che è in camera mia’. Io sobbalzai subito,
diventai tutta rossa, non so perché, e dimenticai lo spillo
che mi legava alla nonna. Invece di sfilarlo di nascosto perché
l’inquilino non lo potesse vedere, diedi un tale strappo che la
poltrona della nonna mi venne dietro, scivolando. Quando mi accorsi
che l’inquilino aveva scoperto tutto, diventai ancora più
rossa, rimasi inchiodata al mio posto e, improvvisamente, scoppiai a
piangere. In quel momento provai un tale senso di vergogna e di
amarezza da voler scomparire sotto terra. La nonna gridò:
‘Perché sei ancora qui?’. E io a piangere ancora di più.
L’inquilino notò la mia vergogna davanti a lui, salutò
discreto e uscì subito.

"Da allora,
appena sentivo un rumore in anticamera, mi sentivo gelare. Ecco,
pensavo, sta arrivando l’inquilino, e pian piano, per ogni evenienza,
slegavo lo spillo. Ma non era lui, non veniva più. Passarono
due settimane e l’inquilino mi fece arrivare, tramite Fëkla, un
messaggio, in cui mi faceva sapere che aveva molti libri francesi,
che si trattava di buoni libri che si potevano leggere; nel caso che
la nonna l’avesse permesso, me li avrebbe mandati da leggere per
distrarmi. La nonna accettò con gratitudine, solo che mi
chiedeva di continuo se quei libri fossero morali. ‘Altrimenti, se i
libri sono amorali, non dovrai leggerli mai, Nasten’ka, impareresti
cose cattive’.

"’Che cosa
imparerei, nonna? Che cosa vi sta scritto?’.

"’Ah’, rispose,
‘vi è descritto come dei giovani uomini seducono le ragazze
per bene e come, col pretesto di volerle sposare, le portano via
dalla casa paterna e poi lasciano quelle giovani infelici in preda al
destino, ed esse muoiono in modo pietoso. Io, dice la nonna, ho letto
molti di quei libriccini, e tutto,’ dice, ‘vi è descritto così
bene che stai alzata tutta la notte a leggerli. Ma tu, Nasten’ka,’
prosegue, ‘non leggerli. Che libri ci ha mandato?’.

"’Sono tutti
romanzi di Walter Scott, nonna’.

"’Romanzi di
Walter Scott! E guarda se non ha combinato qualche brutto scherzo!
Guarda se non ci ha messo qualche letterina d’amore!’.

"’No, nonna’,
dico, ‘non vi sono letterine’.

"’Guarda sotto la
rilegatura; quei briganti, a volte, le infilano nella
rilegatura!…’.

"’No, nonna,
anche sotto la rilegatura non c’è nulla.’ "’Allora
possiamo leggerli!’.

"Cominciammo a
leggere Walter Scott, e in un mese avevamo letto quasi la metà
dei romanzi. L’inquilino continuava a mandarceli.

Mandò anche le
opere di Pushkin, tanto che alla fine io non potevo più
rimanere senza libri e smisi di pensare a come sposare un principe
cinese.

"Andammo avanti
così finché una volta incontrai il nostro inquilino
sulle scale. La nonna mi aveva mandata a cercare qualcosa. Egli si
fermò, io arrossii. Anche lui si fece rosso, ma poi sorrise,
salutò, s’informò sulla salute della nonna e mi
domandò: ‘Avete letto i libri?’. Risposi: ‘Sì, li ho
letti’. ‘E quale libro vi è piaciuto più di tutti?’. Io
risposi: ”Ivanhoe’ e le opere di Puskin’. Quella volta tutto finì
lì.

"Dopo una
settimana lo incontrai di nuovo. Questa volta non era stata la nonna
a mandarmi, ma ero uscita per cose mie. Erano le tre, l’ora in cui di
solito l’inquilino ritornava. ‘Buon giorno!’, mi dice, e io gli
rispondo: ‘Buon giorno!’.

"’Non vi
annoiate’, mi domandò, ‘a star seduta tutto il giorno con la
nonna?’.

"Dopo la sua
domanda, non so perché, diventai tutta rossa, provai vergogna
e stizza, probabilmente perché era un estraneo a farmi quella
domanda. Avrei voluto andarmene senza una risposta, ma non ne ebbi la
forza.

"’Sentite’, mi
dice, ‘voi siete una brava ragazza! Scusatemi se vi parlo così,
ma vi assicuro che voglio il vostro bene più della nonna. Non
avete amiche che potete andare a trovare?’.

"Io rispondo di
no. Ne avevo una sola, Mashen’ka, ma questa si era trasferita a
Pskov.

"’Sentite’, mi
dice, ‘vi farebbe piacere andare con me a teatro?’.

"’A teatro? E la
nonna?’.

"’Sì, voi
potreste andarvene dalla nonna piano, in silenzio… ‘.

"’No’, rispondo,
‘non voglio ingannare la nonna. Arrivederci’.

"’Allora,
arrivederci’, disse senza aggiungere altro.

"Dopo il pranzo
venne da noi, si sedette, chiacchierò a lungo con la nonna, le
domandò se uscisse di casa per andare da qualche parte, se
avesse conoscenze, e poi disse ad un tratto: ‘Ho preso per oggi un
palco all’opera. Danno ‘Il Barbiere di Siviglia’, volevano venirci
dei conoscenti, ma poi hanno rinunciato e mi è rimasto il
biglietto’.

"’Il Barbiere di
Siviglia!”, esclamò la nonna. ‘Proprio quello che
rappresentavano ai vecchi tempi?’.

"’Sì’,
disse l’inquilino, ‘è lo stesso’. Poi mi guardò. Io
avevo già capito tutto, arrossii e il cuore mi saltava nel
petto per l’attesa.

"’Come non
conoscere quell’opera?’, disse la nonna. ‘Io stessa avevo recitato la
parte della Rosina nel nostro teatro familiare!’.

"’E non vorreste
venire oggi?’, domandò l’inquilino. ‘Il biglietto andrebbe
perduto’.

"’Sì,
perché no?, andiamo’, disse la nonna. ‘Perché non
dovremmo andare? E poi Nasten’ka non è mai stata a teatro’.

"Dio mio, che
gioia! Ci vestimmo subito e partimmo. Anche se la nonna è
cieca, tuttavia aveva una gran voglia di ascoltare la musica, e
inoltre è una buona vecchietta: voleva che io mi divertissi,
perché da sole non ci saremmo andate mai. Non vi racconterò
quale sia stata la mia impressione del ‘Barbiere di Siviglia’. Vi
dirò solo che l’inquilino continuò a fissarmi con uno
sguardo tanto buono per tutta la sera, mi parlò con tale
simpatia, da farmi intuire che quella mattina mi aveva messa alla
prova con la proposta di andare a teatro da sola con lui. Che gioia!
Andai a letto così fiera, così allegra, il cuore mi
batteva così forte che mi venne una leggera febbre, e sognai
per tutta la notte ‘Il Barbiere di Siviglia’.

"Pensavo che dopo
quest’episodio egli sarebbe venuto più spesso a trovarci, ma
non fu così. Aveva quasi smesso di farci delle visite. Così,
una volta al mese, capitava da noi e soltanto per invitarci a teatro.
In seguito ci andammo altre due volte, ma io non ne fui contenta. Mi
accorgevo che lui provava compassione per me, perché ero
costretta a vivere come in un recinto, e nient’altro. Con il passare
del tempo non ressi più: non riuscivo a star seduta, né
a leggere, né a lavorare. Certe volte ridevo e facevo dispetti
alla nonna, altre volte invece semplicemente piangevo. Infine
dimagrivo e per poco non mi ammalai. La stagione teatrale era finita,
e l’inquilino smise del tutto di farci visita. Quando ci
incontravamo, e sempre sulla stessa scala, egli mi faceva un inchino
in silenzio e così serio, come se non volesse rivolgermi la
parola, e già stava sul pianerottolo, mentre io ero ancora a
metà delle scale, rossa come una ciliegia, perché ogni
volta che l’incontravo tutto il sangue mi affluiva alla testa…

"Adesso sono
quasi alla fine. Esattamente un anno fa, a maggio, l’inquilino venne
da noi e ci disse che i suoi affari qui erano finiti e che doveva
tornare di nuovo per un anno a Mosca. Quando sentii questa notizia,
impallidii e caddi su una sedia come morta.

La nonna non si
accorse di niente ed egli, dopo averci comunicato la sua partenza, si
inchinò e usci dalla stanza.

"Che fare? Pensai
e ripensai, mi tormentai a lungo e infine mi decisi. Doveva partire
il giorno seguente e io decisi di chiarire tutto quella sera, dopo
che la nonna si fosse coricata. Accadde proprio così. Raccolsi
in un piccolo fagotto tutti i miei vestiti, la biancheria necessaria,
e con quel fagottino tra le mani, più morta che viva, salii al
mezzanino dal nostro inquilino. Penso che per salire mi ci fosse
voluta un’ora intera. Quando aprii la porta, egli emise un grido
trattenuto per la sorpresa di vedermi, credette che fossi un
fantasma; corse subito per prendere dell’acqua, perché non
riuscivo a reggermi sulle gambe. Il cuore mi batteva in modo da farmi
dolore alla testa e i pensieri mi si erano annebbiati. Quando
rinvenni, incominciai a mettere il mio fagottino sul letto, mi ci
sedetti accanto e scoppiai in un pianto dirotto, dopo essermi coperta
il viso con le mani. A quanto pare egli in un attimo comprese tutto:
stava davanti a me pallido, e mi guardava con una tale tristezza da
spezzarmi il cuore.

"’Sentite’,
iniziò, ‘sentite, Nasten’ka, non posso fare nulla; sono un
uomo povero. Per ora non ho nulla, neppure un impiego decente. Come
potremmo vivere se io dovessi sposarvi?’.

"Parlammo a
lungo, ma poi fui presa dal delirio, dissi che non potevo più
vivere con la nonna, che sarei scappata, che non volevo che mi si
cucisse con uno spillo e, se lui era d’accordo, sarei partita con lui
per Mosca, perché senza di lui non potevo più vivere.
La vergogna, l’amore e l’orgoglio parlavano in me tutti insieme e per
poco non ebbi un attacco di nervi. Avevo tanta paura di un rifiuto!

"Per qualche
istante rimase in silenzio, poi si alzò, mi si awicinò
e prese la mia mano.

"’Sentite, mia
buona Nasten’ka!’, cominciò, anch’egli con la voce velata dal
pianto, ‘sentite, vi giuro che se un giorno sarò in grado di
sposarmi, sarete solo voi a fare la mia felicità. Vi assicuro
che voi sola potete farmi felice. Sentite: parto per Mosca e vi
resterò per un anno. Spero di sistemare i miei affari.

Quando sarò di
ritorno e voi mi amerete ancora, vi giuro che saremo felici. Adesso
non è possibile, io non posso, non ho nessun diritto di
promettervi nulla. Ma, ripeto, se ciò non avverrà in un
anno, comunque avverrà certamente, un giorno; si capisce, nel
caso che voi non preferiate un altro, perché io non posso e
non oso legarvi con qualche parola’.

"Mi disse queste
parole e all’indomani partì. Avevamo deciso di non parlarne
alla nonna. Fu un suo desiderio. Ed ecco, ora la mia storia è
quasi alla fine. E’ passato un anno preciso. Egli è tornato,
si trova qui già da tre giorni e… e…".

"E allora?",
esclamai nell’impazienza di sentire la fine.

"Finora non si è
fatto vedere!", rispose Nasten’ka, come se dovesse raccogliere
le forze. "Non ha dato segni di vita…".

A queste parole si
fermò, restò in silenzio per un istante, chinò
la testa e ad un tratto, coprendosi il volto con le mani, cominciò
a piangere da spezzarmi il cuore. In nessun modo avrei mai immaginato
una conclusione simile.

"Nasten’ka!",
iniziai con voce timida e convincente. "Nasten’ka!, per amor di
Dio, non piangete! Come l’avete saputo? Forse non è ancora
arrivato…".

"E’ qui, è
qui!", ribatté Nasten’ka. "Lui è qui, lo so.
Avevamo fatto questo patto allora, alla vigilia della sua partenza;
dopo esserci detti tutto ciò che vi ho raccontato, avevamo
concluso questo patto venendo a passeggiare qui, proprio su questo
lungofiume. Erano le dieci; seduti su questa panchina, io non
piangevo più, era dolce ascoltare le sue parole… Mi diceva
che subito dopo il suo arrivo sarebbe venuto da noi, e se non
l’avessi rifiutato, avremmo detto tutto alla nonna. Ora è
ritornato, lo so, e non è venuto…".

E di nuovo si sciolse
in lacrime.

"Dio mio! Ci sarà
un modo per aiutarvi nel vostro dolore?", esclamai, sobbalzando
dalla panchina in preda alla più completa disperazione. "Dite,
Nasten’ka, non potrei andare io da lui?…".

"Sarebbe forse
possibile?", disse lei, sollevando improvvisamente la testa.

"No, proprio
no!", osservai, riconsiderando la situazione. "Ecco cosa
c’è da fare: scrivere una lettera".

"No, questo non è
possibile, non posso!", rispose lei decisa, ma con la testa
piegata, senza guardarmi.

"Come non è
possibile? Perché?", ripresi aggrappandomi alla mia idea.
"Sapete, Nasten’ka, che lettera va scritta? Tra lettera e
lettera ci può essere un abisso e… Ah, Nasten’ka, è
proprio così, credetemi, credetemi. Non vi darei un consiglio
sciocco.

Tutto si potrà
aggiustare! Siete stata voi a fare il primo passo, perché non
dovreste fare ora…".

"Non è
possibile, assolutamente no! Mi sembrerebbe una sopraffazione…".

"Ah, mia buona
Nasten’ka!", l’interruppi, senza nascondere un sorriso. "No,
no, voi ne avete il diritto, perché è stato lui a
prometterlo. Sì, e poi tutto dimostra che lui è un uomo
sensibile, si è comportato bene", continuai, esaltandomi
sempre di più per le mie deduzioni e convinzioni logiche.
"Come fu il suo comportamento? Si legò con una promessa.
Disse che, ad eccezione di voi, non avrebbe sposato nessuna; è
a voi che ha lasciato la completa libertà di rifiutarlo, anche
subito… In questo caso voi potete fare il primo passo, ne avete il
diritto, avete il vantaggio, se volete, di scioglierlo dalla parola
data…".

"Sentite, come
avreste scritto voi la lettera?".

"Cosa?".

"Questa lettera".

"Scriverei così:
‘Gentile Signore…’".

"E’ proprio
necessario scrivere ‘Gentile Signore’?".

"Assolutamente!
Del resto, io penso…".

"E come
continuare?".

"’Gentile
Signore! Scusate se io…’. No; del resto, le scuse non occorrono! Il
fatto stesso giustifica tutto, scrivete semplicemente:

"’Vi scrivo.
Scusate la mia impazienza. Per un anno intero sono stata felice nella
speranza; sono forse colpevole se ora non riesco più a
sopportare nemmeno un giorno di dubbi? Ora che siete già
arrivato, forse avete cambiato le vostre intenzioni. Allora questa
lettera vi dirà che non vi serbo rancore e non vi biasimo.

Non vi biasimo perché
non ho potere sul vostro cuore. Tale è il mio destino! Voi
siete una persona di nobili sentimenti. Non sorriderete e non vi
offenderete per le mie righe impazienti.

Ricordate che vi
scrive una povera ragazza, sola al mondo, alla quale nessuno ha
potuto insegnare nulla, senza consigli, che non ha mai potuto
dominare il proprio cuore. Scusatemi dunque se nel mio cuore, anche
per un attimo, si è insinuato il dubbio. Voi non siete capace,
nemmeno col pensiero, di offendere colei che vi ha tanto amato e vi
ama ancora’".

"Sì,
proprio così come ho pensato anch’io!", esclamò
Nasten’ka, e la gioia brillò nei suoi occhi. "Oh, voi
avete sciolto i miei dubbi, mi siete stato mandato da Dio! Vi
ringrazio, vi ringrazio!".

"Ma di che cosa?
Perché mi ha mandato Dio?", risposi guardando con
esaltazione il piccolo viso di lei.

"Almeno per
questo".

"Oh, Nasten’ka!
Noi ringraziamo gli altri solo perché vivono insieme a noi. Io
vi ringrazio perché ci siamo incontrati, perché vi
ricorderò per tutta l’eternità".

"Basta, basta!
Ascoltatemi adesso: avevamo fatto un patto allora, che, subito dopo
il suo ritorno, mi avrebbe dato sue notizie lasciando una lettera in
un luogo concordato, presso miei conoscenti, persone buone e
semplici, che non sapevano nulla di questo; se invece non fosse
riuscito a scrivermi una lettera, perché in una lettera non
tutto si può esporre, allora egli sarebbe venuto proprio qui,
dove avevamo deciso di incontrarci, nello stesso giorno del suo
arrivo, alle dieci esatte. So che è già arrivato, ma è
già passato il terzo giorno senza che lui sia venuto e senza
una sua lettera. Di mattina non posso allontanarmi dalla nonna.
Consegnate voi stesso la mia lettera, domani, a quella brava gente
della quale vi ho parlato: gliela invieranno e, se ci sarà una
risposta, me la porterete voi stesso alle dieci di sera".

"Ma la lettera,
la lettera! Prima di tutto bisogna scrivere una lettera! Allora
dopodomani avrete la risposta".

"La lettera…",
disse Nasten’ka, un po’ titubante, "la lettera…

ma…".

Non finì la
frase, prima distolse da me il suo piccolo viso, arrossì come
una rosa e, ad un tratto, io sentii nella mia mano una lettera,
evidentemente già scritta da tanto tempo, pronta e sigillata.
Un caro ricordo a me familiare mi passò per la mente.

"Ro-Ro, si-si,
na-na!", cominciai io.

"Rosina!",
cantammo insieme, e mancava poco che l’abbracciassi dall’entusiasmo;
lei arrossì, come solo lei poteva arrossire, ridendo
attraverso le lacrime che, come piccole perle, tremavano fra le nere
ciglia.

"Basta, basta!
Arrivederci per ora!", disse in fretta. "Eccovi la lettera,
eccovi anche l’indirizzo al quale portarla. Addio, arrivederci, a
domani!".

Lei mi strinse
entrambe le mani, scosse la testa e sparì come una freccia
verso il suo vicoletto. A lungo rimasi fermo, seguendola con gli
occhi.

"A domani! A
domani!", echeggiava nella mia testa, quando lei scomparve ai
miei occhi.

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Le notti bianche (prima notte)

"…Fu creato
forse allo scopo di rimanere vicino al tuo cuore, sia pure per un
attimo?…".

(Ivan S. Turgenev).

Era una notte
incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è
giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto
che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se
sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed
irosi. Gentile lettore, anche questa è una domanda proprio da
giovani, molto da giovani, ma che il Signore la ispiri più
spesso all’anima!… Parlando di vari signori irascibili ed irosi,
non posso non ricordare il mio comportamento durante tutto quel
giorno. Fin dal mattino un’improvvisa angoscia cominciò a
tormentarmi. Ad un tratto ebbi l’impressione che tutti volessero
abbandonarmi e allontanarsi da me. Certamente ognuno si sentirà
in diritto di domandarmi chi fossero tutti costoro, perché
abito ormai da otto anni a Pietroburgo e non sono riuscito a fare
quasi nessuna conoscenza. Ma che senso hanno le conoscenze? Anche
senza di esse conosco tutta Pietroburgo; ecco perché ebbi
l’impressione di essere abbandonato da tutti quando tutta Pietroburgo
spiegò le ali e se ne andò improvvisamente in campagna.
Fu una sensazione terribile rimanere da solo e, in preda ad un
profondo sconforto, vagai tre giorni interi per la città,
senza capire minimamente cosa mi succedesse. Anche se andavo sul
Nevskij, o ai giardini, anche se mi mettevo a passeggiare sul
lungofiume, non incontravo nessuno di quei volti che ero abituato a
incontrare sempre nello stesso luogo, alla solita ora, per tutto
l’anno. Loro, di sicuro, non mi conoscono; io invece li conosco
tutti. Li conosco intimamente; ho quasi imparato a distinguere le
loro fisionomie, contento quando sono allegri e rattristato alla
vista dei loro turbamenti. Ho quasi stretto amicizia con un uomo
anziano che incontro ogni giorno, sempre alla stessa ora, alla
Fontanka. Ha un viso tanto serio e meditabondo; continua a mormorare
qualcosa sotto i baffi agitando la mano sinistra, mentre nella destra
tiene un lungo bastone nodoso con il pomo d’oro. Anche lui mi ha
notato e mi dimostra un sincero interessamento. Se per caso gli
capita di non trovarmi alla solita ora al solito posto della
Fontanka, sono certo della sua delusione. Perciò a volte
arriviamo quasi a farci un cenno di saluto, soprattutto quando tutti
e due siamo di buon umore. Tempo fa, quando non ci eravamo visti per
due giorni interi e poi ci eravamo incontrati il terzo giorno, mancò
poco che ci salutassimo togliendoci il cappello, ma per fortuna
riuscimmo a trattenerci; lasciando cadere le mani e con un senso di
reciproca complicità passammo l’uno accanto all’altro. Conosco
anche le case. Quando cammino ho l’impressione che ogni casa mi corra
incontro, mi guardi con tutte le sue finestre e mi dica: "Buon
giorno, come state? E anch’io, grazie a Dio, sto bene e nel mese di
maggio mi aggiungeranno un piano", oppure: "Come state?
Domani cominceranno a ripararmi", oppure: "Per poco non
sono bruciata!

Che spavento!",
eccetera. Ho le mie case preferite, ho tra loro delle amiche intime;
una addirittura è intenzionata a farsi curare quest’estate da
un architetto. Verrò a trovarla appositamente ogni giorno,
perché non me la curino male, Dio la protegga!… Non
dimenticherò mai l’episodio accaduto ad una bellissima
casetta, color rosa chiaro. Era di pietra, così graziosa che
sembrava guardarmi con tanta affabilità, ma fissava le sue
goffe vicine con tanta alterigia da far rallegrare il mio cuore,
quando mi accadeva di passarle accanto. Ecco che la settimana scorsa,
ad un tratto, passo per la strada e, non appena ho dato uno sguardo
all’amica, sento un grido lamentoso: "Mi pitturano di giallo!".
Malfattori!

Barbari! Non hanno
risparmiato nulla: né le colonne, né i cornicioni, e la
mia amica è diventata gialla come un canarino.

Per questa ragione mi
è venuto quasi un attacco di bile, e finora non ho avuto la
forza di rivedere quella poveretta, tutta sfigurata, dipinta con il
colore dell’impero celeste.

E così,
lettore, potrai comprendere il modo in cui conosco tutta Pietroburgo.
Ho già detto che per tre giorni fui tormentato da una specie
di agitazione, finché non ne intuii la ragione. E anche per
strada stavo male (manca uno, non c’è l’altro, dov’è
finito il terzo?), e persino a casa mia non ero più lo stesso
di prima. Per due sere di seguito cercai di darmi una risposta: cosa
mi mancava nel mio angoletto? Perché avvertivo un simile
disagio a restarvi?

E, sconcertato,
fissavo le mie pareti verdi, annerite dal fumo, ed il soffitto da cui
pendevano ragnatele coltivate con grande successo da Matrëna,
osservavo ogni mobile, guardavo ogni sedia, pensando se per caso la
ragione della mia infelicità non stesse proprio lì
(perché, se anche una sola sedia non stava al posto di ieri,
allora anch’io non mi sentivo a posto); guardavo fuori dalla
finestra, ma invano… non stavo meglio! Mi venne perfino l’idea di
chiamare Matrëna e di riprenderla paternamente per le ragnatele,
e in genere per la sporcizia; Matrëna mi guardò stupita e
se ne andò senza neppure una parola, tanto che le ragnatele
pendono ancora felicemente dal loro posto. Soltanto questa mattina ho
intuito la ragione della mia angoscia. Eh! Tutti scappano via da me,
in campagna, tagliando la corda! Perdonatemi l’espressione
grossolana, ma sto troppo male per usare uno stile elevato…

perché tutti
coloro che stavano a Pietroburgo o si erano già trasferiti o
stavano trasferendosi in campagna; perché ogni rispettabile
signore dall’aspetto imponente, che prendeva a nolo una vettura, si
trasformava ai miei occhi in uno stimabile padre di famiglia che,
assolte le abituali doverose occupazioni, si trasferiva serenamente
nel grembo della sua famiglia, nella dacia; per questo tutti i
passanti assumevano ora un aspetto del tutto particolare, che
sembrava dire ad ogni persona incontrata: "Noi, signori, siamo
qui solo così, di passaggio, e tra due ore ce ne andremo in
dacia".

Appena si apriva una
finestra, sulla quale avevano tamburellato per un attimo delle
piccole dita sottili, bianche come lo zucchero, e dalla quale era
spuntata la testolina di una graziosa ragazza che chiamava un
venditore di fiori, allora io immaginavo immediatamente che questi
fiori non si compravano per dilettarsi della primavera e dei colori
in un soffocante appartamento di città, ma che tutti presto se
ne sarebbero andati via, in campagna, con i loro acquirenti. Come se
non bastasse, feci tali progressi in questa nuova e particolare
scoperta, che avrei potuto segnalare senza errori, solo dall’aspetto,
in quale dacia abitasse ognuno di loro. Gli abitanti delle isole
Kamennyj e Aptekarskij o della via Petrogofskaja si distinguevano per
l’acquisita eleganza dei loro modi, dagli abiti estivi all’ultima
moda e per le stupende carrozze usate per venire in città.

Gli abitanti di
Pargolovo e dei dintorni si imponevano fin dal primo sguardo per la
loro accortezza e per il loro aspetto imponente; invece quelli
dell’isola Krestovskij si distinguevano per la loro imperturbabile
allegria. Se riuscivo a incontrare una lunga processione di
carrettieri, che camminavano pigramente con le briglie in mano dietro
i carri, stracarichi di montagne di ogni sorta di mobili, tavoli,
sedie, divani turchi e non turchi e altri tesori domestici, sulla cui
cima troneggiava spesso una prosperosa cuoca che sorvegliava la
proprietà del padrone come la pupilla dei propri occhi; se
scorgevo inoltre delle barche stracariche di masserizie che
scivolavano lungo la Neva o la Fontanka fino alla Tchërnaja
Retchka o alle isole, allora carri e barche si moltiplicavano, si
centuplicavano ai miei occhi; mi sembrava che tutto si alzasse e
partisse, che carovane intere si trasferissero in campagna;
Pietroburgo dava l’impressione di trasformarsi in un deserto, da
provare alla fine un senso di vergogna, di offesa e di tristezza: non
avevo la benché minima ragione di trasferirmi in campagna. Ero
pronto a partire con ogni carro e con ogni signore dall’aspetto
autorevole che prendesse a nolo una vettura; ma nessuno, decisamente
nessuno, mi aveva invitato; come se mi avessero dimenticato, come se
fossi per loro un completo estraneo!

Camminai molto e a
lungo, tanto che feci in tempo a dimenticare, secondo la mia
abitudine, dove fossi, quando, ad un tratto, mi trovai ad una porta
della città. In un lampo diventai allegro e oltrepassai la
barriera, incamminandomi tra campi seminati e prati, non mi sentivo
stanco, ma avvertivo con tutto il mio fisico che un peso mi cadeva
dall’anima. Tutti i passanti mi guardavano con grande gentilezza,
quasi a salutarmi; tutti erano allegri per qualche ragione, tutti,
senza eccezione, fumavano un sigaro. E anch’io ero allegro come non
mai prima, come se ad un tratto mi fossi trovato in Italia, tanta era
la forza della natura che aveva colpito proprio me, un cittadino
dalla salute precaria, quasi soffocato dalle mura della città.

Esiste qualcosa di
inspiegabilmente commovente nella nostra natura pietroburghese
quando, con il sopraggiungere della primavera, mostra ad un tratto
tutta la sua potenza, tutte le forze datele dal cielo per ricoprirsi,
abbellirsi, colorarsi di fiori… In qualche modo mi ricorda
involontariamente quella ragazza tisica e deperita che voi guardate a
volte con compassione, a volte con un certo affetto pietoso, a volte
semplicemente non la notate neppure, ma che improvvisamente, per un
attimo solo, in modo disperato, diventa inspiegabilmente di una
meravigliosa bellezza, e voi, colpito e inebriato, vi chiedete
inconsapevolmente: qual è la forza che dà un tale
splendore, un tale fuoco a quei tristi occhi pensosi? Che cosa ha
fatto affluire il sangue a quelle pallide gote incavate? Che passione
si è riversata sui teneri lineamenti del volto? Per quale
ragione il petto ansima così? Che cosa ha provocato
improvvisamente la forza, la vita e la bellezza sul volto di quella
povera ragazza, lo ha fatto brillare di un simile sorriso e ravvivare
da una gaia e scintillante risata? Vi guardate intorno, cercate
qualcuno, pensate di intuire… Ma l’attimo fugge, il giorno dopo
incontrate di nuovo lo stesso sguardo pensoso e distratto, lo stesso
viso pallido di prima, la stessa sottomissione e mitezza nei
movimenti e persino un certo pentimento, persino tracce di una
tristezza mortale e di stizza per quell’effimero piacere… E vi fa
pena che quella bellezza apparsa per un attimo sia svanita così
in fretta e così irrevocabilmente e che, ingannevole e vana,
abbia brillato davanti ai vostri occhi lasciandovi il rammarico di
non aver fatto in tempo ad innamorarvi di lei…

E tuttavia la mia
notte fu migliore del giorno! Ecco come andò:

ritornai in città
molto tardi e, quando cominciai ad avvicinarmi alla mia abitazione,
erano già suonate le dieci. La mia strada mi portava lungo il
canale, dove a quell’ora non passava anima viva.

Io abito, a dire il
vero, nella parte più lontana dal centro della città.
Camminavo e cantavo, perché quando mi sento felice devo per
forza canticchiare qualcosa, come del resto ogni uomo felice che non
ha né amici né buoni conoscenti, e non sa con chi
dividere la gioia di un attimo lieto. Ad un tratto mi capitò
l’avventura più inaspettata.

Da un lato, appoggiata
alla ringhiera del canale, c’era una donna; aveva i gomiti
sull’inferriata e fissava con molta attenzione, mi sembrò,
l’acqua torbida. Indossava un cappellino giallo molto grazioso ed una
mantellina nera civettuola. "E’ una ragazza e senz’altro una
bruna", pensai. Pareva che non avesse sentito i miei passi, non
si era nemmeno mossa quando le passai accanto, trattenendo il respiro
e con il cuore che batteva forte.

"Strano!",
pensai. "Di sicuro ha qualche seria preoccupazione", e di
colpo mi fermai, come impalato. Avevo sentito un pianto soffocato.
No, non mi ero sbagliato: la ragazza piangeva, e per un minuto ancora
si sentì il suo singhiozzo. Dio mio! Mi si strinse il cuore.
Anche se sono timido con le donne, quello fu un momento
particolare!… Ritornai, mi avvicinai a lei e avrei certamente
detto: "Signora!", se non avessi saputo che tale
esclamazione era stata pronunciata mille volte in tutti i romanzi
russi che trattavano del gran mondo. Fu quest’unica esitazione a
trattenermi, ma, mentre cercavo un’altra parola, la ragazza si
riprese, si guardò intorno e, accortasi della mia presenza, si
dominò, abbassò gli occhi e mi passò davanti
lungo il canale.

Cominciai a seguirla
subito, ma lei, intuendo la mia intenzione, si allontanò dal
canale e, attraversata la strada, si mise a camminare sull’altro
marciapiede. Io non osai attraversare la strada. Il mio cuore
palpitava come quello di un uccellino catturato. Fu il caso a venirmi
in aiuto.

Dall’altro lato del
marciapiede, non lontano dalla mia sconosciuta, spuntò fuori
improvvisamente un signore in frac, di età rispettabile, ma
non si potrebbe dire altrettanto della sua andatura. Camminava
barcollando e con prudenza si appoggiava al muro. La ragazza si mise
a camminare come una freccia, in fretta e furia, trepidante, come di
solito camminano tutte le ragazze che non vogliono che qualcuno
proponga loro di accompagnarle a casa di notte, e, di sicuro, il
barcollante signore non l’avrebbe raggiunta in nessun caso, se il mio
destino non gli avesse ispirato di ricorrere a mezzi più
risolutivi. Ad un tratto, senza dire nemmeno una parola, il signore
partì di scatto, e si mise a correre a tutta velocità
per raggiungere la mia sconosciuta. Lei filava come il vento, ma il
signore vacillante stava per raggiungerla, la raggiunse; la ragazza
gridò e… benedico il destino per l’eccellente bastone nodoso
che quella volta tenevo nella mia destra. In un attimo mi trovai
dall’altra parte del marciapiede, in un attimo lo sconosciuto capì
la situazione, si rese conto delle temerarie circostanze, si fermò
in silenzio e, soltanto quando ormai noi fummo molto lontani,
strepitò in termini assai energici. Ma le sue parole ci
arrivavano appena.

"Datemi il
braccio", dissi alla mia sconosciuta, "e quest’uomo non
oserà più molestarvi".

Senza dire una parola
mi porse il braccio ancora tremante dall’agitazione e dallo spavento.
Oh, sconosciuto signore, come ti benedissi in quel momento! La
guardai di sfuggita: era una bruna molto carina; avevo indovinato;
sulle sue ciglia nere luccicavano ancora le lacrime del recente
spavento, o del dolore di prima? Non so. Ma sulle sue labbra brillava
già un sorriso. Anche lei mi guardò di sottecchi,
arrossì leggermente e abbassò gli occhi.

"Ecco, vedete,
perché siete scappata poco fa? Se fossi stato qui, non sarebbe
successo nulla…".

"Ma io non vi
conoscevo: pensavo che anche voi…".

"E ora forse mi
conoscete?".

"Un po’. Ecco, ad
esempio, perché tremate?".

"Oh, voi avete
indovinato fin dal primo momento!", risposi esaltato
dall’intelligenza della mia ragazza: questa non nuoce mai alla
bellezza. "Sì, fin dal primo sguardo avete capito con chi
avevate a che fare. Certo, sono timido con le donne, sono agitato,
non voglio negarlo, non meno di quanto lo siete stata voi quando quel
signore vi ha spaventata… Ora mi sento assalito dal panico.

E’ come un sogno, ma
nemmeno in sogno avrei immaginato di parlare un giorno con una
donna".

"Come?
Davvero?…".

"Proprio così!
Se la mia mano trema, è perché mai una mano così
graziosa e piccola come la vostra l’aveva stretta. Ho perso
completamente l’abitudine di stare con le donne; anzi, non ho mai
avuto quest’abitudine; sapete, vivo da solo… Non so nemmeno come
parlare con loro. E nemmeno ora lo so. Non vi ho detto per caso
qualche sciocchezza? Ditemelo sinceramente; vi avverto che non sono
permaloso…".

"No, nessuna,
nessuna, anzi. E visto che mi chiedete di essere sincera, vi dirò
che alle donne piace una timidezza così; e se volete saperne
di più, vi dirò che anche a me piace, e io non vi
manderò via finché non sarò arrivata a casa".

"Voi mi fate"
cominciai, respirando con l’affanno per la gioia "perdere subito
la mia timidezza, e allora addio a tutti i miei mezzi!…".

"Mezzi? Che
mezzi, per che cosa? Ecco, lo trovo sciocco".

"Perdonate, non
lo farò più; mi è scappato di bocca, ma come
volete che in un momento simile non ci sia il desiderio…".

"Di piacere, non
è vero forse?".

"Insomma, sì,
ma siate buona. Giudicate chi sono io! Ho già ventisei anni e
non ho mai visto nessuno. E allora, come posso parlare bene, con
disinvoltura e a proposito? E anche voi vi sentirete più a
vostro agio, quando tutto sarà chiaro, alla luce del sole…
Non posso tacere quando il cuore parla dentro di me.

Be’, non importa…
Credetemi, nemmeno una sola donna, mai, mai!

Nemmeno una
conoscenza! E io sogno ogni giorno che finirò per incontrare
qualcuna. Oh, se voi sapeste quante volte sono stato innamorato in
questo modo!…".

"Ma come, di
chi?…".

"Di nessuno, di
un ideale, che mi appare in sogno. Sognando creo interi romanzi. Oh,
voi non mi conoscete! E’ vero, non si può vivere senza
sognare, ho incontrato due o tre donne, ma che donne possono essere
state? Erano una specie di locatrici, tali che…

Ma voi riderete di me
se vi racconto che qualche volta ho pensato di attaccare discorso,
così, semplicemente, con qualche aristocratica, per strada,
ovviamente quando non era accompagnata; pensavo naturalmente che
avrei iniziato a parlare timidamente, con rispetto e con passione; le
avrei detto che da solo stavo per morire, così lei non mi
avrebbe scacciato, che non avevo alcun modo di conoscere una donna;
le avrei ispirato l’idea che la donna ha il dovere di non respingere
la timida preghiera di un uomo infelice come me. Che infine tutto ciò
che io chiedevo non erano altro che due parole fraterne, dette con
sentimento di partecipazione, chiedevo solo di non scacciarmi al
primo approccio, di credere a ogni mia parola, di ascoltare ciò
che le avrei detto, di ridere di me se le facesse piacere, ma di
lasciarmi la speranza, di dirmi due parole, solo due parole, e poi
potevamo anche non incontrarci mai più!.. Ma voi ridete! Del
resto, lo racconto solo per farvi ridere…".

"Non irritatevi;
io rido solo perché voi siete nemico di voi stesso, e se voi
aveste tentato ciò che avevate in mente, ci sareste riuscito,
anche se tutto fosse dovuto accadere per strada; più
semplicemente le cose avvengono, meglio è… Mai una donna di
indole buona, a meno che non fosse poco intelligente, o magari
irritata in quel momento, si deciderebbe a mandarvi via senza quelle
due parole che voi supplicate con tanta timidezza… Che dovrei dire?
Certo vi avrei preso per un pazzo, giudicando dal mio punto di vista.
Eppure so bene come gli uomini vivano in questo mondo!".

"Oh, vi
ringrazio", mi lasciai sfuggire un’esclamazione, "voi non
immaginate quel che avete fatto per me, ora!".

"Bene, bene! Ma
ditemi, come avete capito che io sono una donna con la quale…
insomma una donna che voi avete considerato degna… di attenzione e
di amicizia… In una parola, non una locatrice, come le chiamate;
perché avete deciso di avvicinarmi?".

"Perché?
Perché? Ma voi eravate sola, quel signore sembrava troppo
ardito, ed è notte: voi stessa dovete convenire che questo era
un dovere…".

"No, no, ancora
prima, là, dall’altro lato. Non volevate già
avvicinarmi?".

"Là, da
quell’altro lato? Davvero non saprei come rispondervi; ho paura…
Sapete, oggi ero felice: camminavo, cantavo; ero stato fuori città;
fino ad allora non avevo mai vissuto attimi così felici.
Voi… ma forse era solo un’impressione… Perdonatemi, se ve lo
ricordo: ho avuto l’impressione che voi piangeste, e io…

io non potevo
ascoltare quel… Mi si è stretto il cuore… Oh, Dio mio! Non
posso forse rattristarmi per voi? Era forse un peccato provare un
senso di compassione fraterna per voi?…

Perdonate, ho detto
compassione… Insomma, in una parola, ho potuto forse offendervi per
il fatto che ho pensato di avvicinarmi a voi?…".

"Basta, non
aggiungete altro…", disse la ragazza abbassando gli occhi e
stringendo la mia mano. "Io stessa sono colpevole per aver
incominciato a parlare di questo, ma sono anche contenta di non
essermi sbagliata su di voi… Eccomi già a casa mia; devo
andare da questa parte, nel vicolo; di qui sono due passi… Addio,
vi ringrazio…".

"E’ possibile, è
possibile che non ci vedremo mai più?… Che il nostro
incontro rimanga così?".

"Vedete",
disse ridendo la ragazza, "all’inizio volevate solo due parole,
e adesso… Del resto, io non vi dirò nulla… Forse ci
incontreremo ancora…".

"Verrò qui
domani", dissi io. "Oh, perdonatemi, io lo pretendo
già…".

"Sì, voi
siete impaziente… voi quasi pretendete…".

"Ascoltate,
ascoltate!", l’interruppi. "Perdonatemi se vi dirò
ancora qualcosa… Ecco, vedete: domani non potrò non venire
qui.

Io sono un sognatore;
ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non
posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte,
per tutta la settimana, per tutto l’anno.

Sicuramente domani
ritornerò qui, proprio qui, in questo posto, e proprio a
quest’ora, e sarò felice ricordando quello che è
successo. Già questo posto mi è caro. A Pietroburgo
esistono già due o tre di questi posti. Una volta mi sono
messo persino a piangere al ricordo, come voi… Perché forse,
chissà, anche voi, dieci minuti fa, piangevate per un
ricordo… Ma perdonatemi, ho divagato di nuovo; voi, forse, una
volta siete stata qui particolarmente felice…".

"D’accordo",
disse la ragazza, "anch’io verrò qui domani per le dieci.
Vedo che ormai non ve lo posso vietare… Ecco di che si tratta, io
domani devo trovarmi qui; non pensate che vi abbia dato un
appuntamento qui; vi avverto che devo essere qui per motivi miei. Ma
ecco… ve lo dico sinceramente: anche se voi verrete, non ci sarà
nulla di male; in primo luogo, ci potrebbe essere, come oggi, qualche
episodio spiacevole, ma lasciamo perdere… In una parola, vorrei
semplicemente rivedervi… per dirvi due parole. Solo badate a non
giudicarmi male, adesso. Non pensate che io dia appuntamenti con tale
facilità… L’avrei anche fatto se…

Ma lasciamo che queto
resti il mio segreto! Ma prima facciamo un patto…".

"Un patto!
Parlate, dite, dite tutto, prima; io acconsento a tutto, sono pronto
a tutto", esclamai estasiato, "io rispondo di me stesso,
sarò obbediente, rispettoso… voi mi conoscete…".

"Proprio perché
vi conosco, vi invito domani", disse ridendo la ragazza. "Vi
conosco perfettamente, ma guardate, venite ad un patto: in primo
luogo (siate solo così buono da fare ciò che vi
chiederò, vedete, io vi parlo con ogni franchezza), non vi
dovete innamorare di me… Vi assicuro che non è possibile.
Sono pronta a darvi la mia amicizia, eccovi la mia mano… Ma
innamorarsi non è possibile, vi prego!".

"Ve lo giuro!",
esclamai afferrando la sua piccola mano…

"Basta, non
occorre giurare, so benissimo che siete capace di prendere fuoco come
polvere. Ma non giudicatemi male se vi parlo così. Se voi solo
conosceste… Anch’io non ho nessuno con cui scambiare una parola, a
cui chiedere un consiglio. Di sicuro non devo cercare un consigliere
per strada, ma voi siete un’eccezione.

Io vi conosco così
bene, come se fossimo amici da vent’anni… E davvero voi non
cambierete, dopo?…".

"Vedrete… solo,
non so come farò a vivere le prossime ventiquattr’ore".

"Dormite bene;
buona notte, e ricordate che vi ho dato la mia fiducia. Poco fa
l’avete detto così bene, che bisogna rendere conto di ogni
sentimento, perfino di una compassione fraterna!

Sapete, questo l’avete
detto così bene che subito mi è balenato il pensiero di
confidarmi con voi…".

"Per amor di Dio,
di che cosa?".

"A domani. Per
ora dovrà essere un segreto. Meglio per voi, anche se da
lontano potrà sembrare un romanzo. Forse domani vi dirò
tutto, forse no… Parleremo ancora, così ci conosceremo
meglio…".

"Oh, sì,
domani io vi racconterò tutto di me! Ma che cos’è
questo?

Come se mi accadesse
un miracolo… Dove sono, Dio mio? Ma ditemi, non siete scontenta per
non esservi arrabbiata, come avrebbe fatto un’altra donna, e per non
avermi scacciato fin dal primissimo istante? In due minuti mi avete
fatto felice per sempre. Sì, felice, perché, dovete
saperlo, forse mi avete riconciliato con me stesso, avete sciolto i
miei dubbi… Forse mi accadono istanti simili… Sì, domani
io vi racconterò tutto, voi saprete tutto, tutto…".

"D’accordo,
accetto; inizierete voi…".

"Va bene".

"Arrivederci!".

"Arrivederci!".

Ci separammo. Andai in
giro tutta la notte; non potevo decidermi a ritornare a casa. Mi
sentivo così felice… A domani!

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