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Estratto da “il fuoco” Barbusse

Lamuse chiude lo zaino, arrotola la coperta e aggancia i tascapane.

Da quando gli si è placata la pena d’amore non corrisposto, è diventato più malinconico; e sebbene continui a ingrassare come per una specie di fatalità, è assorto, isolato, non parla quasi più.

La sera qualcosa si avvicina lungo la trincea, procedendo a saliscendi, per via dei bozzi e delle buche nel terreno; è una sagoma che sembra nuotare nel buio: a tratti allarga le braccia come se stesse chiedendo aiuto.

È Lamuse.

È di nuovo tra noi, coperto di terriccio e fango.

Trema e suda, è come in preda al panico.

Muove le labbra, balbetta, ma non riesce a parlare.

« Allora, che c’e?» gli domandiamo invano.

Si affloscia in un angolo, in mezzo a noi, e si stende pancia in giù.

Gli offriamo del vino, ma lui rifiuta con un cenno.

Poi si volta verso di me e mi chiama

Quando gli sono accanto mi sussurra sottovoce, come se fossimo in chiesa: « Ho rivisto Eudoxie»

Prende fiato, dai polmoni  gli esce un sibilo; poi, con le pupille dilatate e fisse, dice « Era morta e putrefatta»

« Era in quel posto che abbiamo perso »  prosegue Lamuse « e che i coloniali hanno ripreso alla baionetta dieci giorni fa.

Avevamo scavato un solco per la trincea, e io ci stavo dentro.

Sgobbavo più degli altri, cosi mi son ritrovato davanti, mentre loro erano più indietro, ad allegare il solco e a puntellarlo.

Poi ho trovato un groviglio di travi: evidentemente ero finito in una vecchia trincea  però sepolta solo a metà, perché c’erano anche degli spazi liberi.

In mezzo a quella confusa ragnatela di legno che avevo cominciato a smantellare pezzo per pezzo, c’era qualcosa che sembrava un sacco di terra in piedi, dritto, appeso a un qualche affare dall’alto…

Quando tolgo la trave, il sacco mi piomba addosso a peso morto.

Mi stava schiacciando, quando mi sono sentito in gola un puzzo di cadavere; in cima a quell’ammasso c’era una testa , e quell’affare che avevo visto sopra erano i capelli.

Sai, non si vedeva granché, però ho riconosciuto i capelli perché al mondo non ce ne sono altri così, e poi il resto della faccia, crepata e ammuffita, il collo rigonfio, e tutto il resto: era morta almeno da un mese.

E ti dico che era Eudoxie.

Già, era  la donna che non ero mai riuscito ad avvicinare, come sai; era lei, che avevo visto solo da lontano senza neanche poterla toccare, come un diamante.

Lo sai, correva sempre da una parte all’altra.

Aveva l’abitudine di girare per le trincee.

Un certo giorno deve essersi beccata una pallottola, ed è rimasta là, morta e dispersa fino ad oggi, riesumata per caso con lo scavo.

Capisci in che situazione mi trovavo?

Dovevo tenerla come potevo con un braccio, e lavorare con l’altro.

Lei tentava di buttarsi addosso a me con tutta la sua forza: vecchio mio, era come se volesse baciarmi, e io non volevo proprio.

È stato tremendo.

Sembrava che volesse dirmi “Volevi baciarmi, no?, eccomi vieni”.

Su di lei  c’era… aveva addosso quello che rimaneva di un mazzo di fiori, anche quello marcio, che spandeva un odore da bestiola in decomposizione.

Ho dovuto prenderla tra le braccia, tutte e due, e poi girarmi lentamente per poterla appoggiare sull’altro lato.

C’era così poco spazio che mentre ci giravamo, per un attimo ho dovuto stringermela al petto con tutte le forze, vecchio mio, come l’avrei abbracciata tempo fa, se solo lei avesse voluto…

Ci ho messo mezz’ora a ripulirmi del suo odore, che senza volerlo mi aveva alitato addosso.

Ah! meno male che sono sfiancato come una vecchia carretta!»

Si rigira sulla pancia , stringe i pugni e s’addormenta, con la faccia affonda nel terreno e il suo sogno di passione e putrefazione.

Categorie:Libri
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